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Dies a quo decorre il termine perentorio di 3 mesi di riassunzione del processo (ex art. 305 c.p.c.) in caso di interruzione per sopravvenuto fallimento di una delle parti

L’ apertura del fallimento determina l’interruzione del processo (art. 43 co. III, L.Fall.) in cui è parte il fallito.

Tale processo deve essere riassunto da o nei confronti della curatela fallimentare nel termine perentorio di 3 mesi: il problema è stabilire il momento dal quale decorre il termine di decadenza per la riassunzione.

L’interpretazione dell’art. 43 co. III L.Fall. deve essere coordinata con quella dell’art. 305 c.p.c., quindi con le relative pronunce della Consulta al riguardo (Corte Cost., sent. 139/67). Il giudice delle leggi, nella citata sentenza, ha disposto che: “accanto all’esigenza primaria di tutelare la parte colpita dall’evento, vi è, però, un’ulteriore finalità sottesa all’istituto dell’interruzione, consistente nel tutelare il diritto di difesa anche della parte cui il fatto interruttivo non si riferisce”, stabilendo che, per la parte non colpita dall’evento interruttivo, il dies a quo di decorrenza del termine di cui all’art. 305 c.p.c., sta nel momento dell’effettiva conoscenza dell’evento interruttivo.

La Corte di Cassazione si è pronunciata in un caso dove era intervenuto fallimento ed era stata eccepita l’estinzione del processo per decorso del termine di riassunzione (Cass. SS.UU. 7443/2008); ed ha stabilito, con riguardo al criterio dell’effettiva conoscenza stabilito dalla Corte Costituzionale, che: “Nell’ipotesi di intervenuto fallimento o di qualsiasi altro evento interruttivo che colpisca la parte costituita in giudizio a mezzo di procuratore, l’interruzione del processo si verifica dal momento in cui il procuratore della parte dichiara in udienza l’evento interruttivo che ha colpito il proprio assistito o lo notifica alle altre parti, con la conseguenza che da tale momento decorre il termine semestrale (trimestrale a seguito della L. 69/2009 ndr) per la riassunzione o prosecuzione del processo, mentre non ha alcuna efficacia al fine di uno spostamento del dies a quo di operatività dell’interruzione, la circostanza che il provvedimento dichiarativo dell’interruzione sia stato pronunziato solo successivamente, avendo questo mero carattere ricognitivo”.

In altre parole, la Suprema Corte ha stabilito la regola per la quale in caso di interruzione del processo, per la determinazione del momento dal quale decorre il termine di riassunzione ex art. 305 c.p.c. varrà il criterio dell’effettiva conoscenza dell’evento interruttivo a nulla rilevando un successivo provvedimento che rende formale l’avvenuta interruzione.

L’effettiva conoscenza dell’evento, e di conseguenza l’inizio del termine, varia a seconda di chi abbia interesse alla riassunzione, ossia il fallimento o la controparte del processo del quale è stata dichiarata l’interruzione:
– nel primo caso, il momento starà nella data di pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento, producendo questa effetti nei confronti del fallito da tale momento (art. 16 co.II L.Fall.);
– nel secondo, risiederà in un qualsiasi momento in cui la parte ne abbia avuto conoscenza, potendo valere a tal fine anche una dichiarazione informale non avente effetti di dichiarazione legale e nulla rilevando la successiva ordinanza di interruzione.

Questi principi sono stati inoltre ribaditi dalla Consulta con sent. n.17 del 21 gennaio 2010, la quale ha riconosciuto che la riforma alla legge fallimentare del D.Lgs. 5/2006 ha modificato l’art. 43 L.F. introducendo un nuovo caso di interruzione automatica del processo ed ha confermato che nel vigente sistema di diritto processuale civile è da tempo acquisito il principio secondo cui, nei casi d’interruzione automatica del processo (artt. 299, 300 co. III, 301, co. I, c.p.c.), il termine per la riassunzione decorre non già dal giorno in cui l’evento interruttivo è accaduto, bensì dal giorno in cui esso è venuto a conoscenza della parte interessata alla riassunzione medesima.